domenica 2 dicembre 2012

amarcord

io, mio zio e una cassetta
di uva bianca




di alcune persone ho sofferto la loro mancanza, come gli amici che scompaiono in un attimo...
poi, le assenze diventano ricordi, e quelli restano... restano nei tuoi occhi, nel tuo cuore e non c'è niente da fare...
allora, devi accontentarti dei volti, dei suoni lontani di voci lontane e oramai andate via, di quello che hai dentro...
in certe sere che la vita ti sembra un ingombro, basta che tu tiri fuori una cosa da quel taschino accanto al cuore...
e allora, ti sembra che tutto il tempo passato sia passato in un istante, nemmeno quello di rendertene conto...
potresti fare finta di niente, accenderti una sigaretta o ingollarti un bicchiere in un sorso, e magari poi tutto passa....
potresti fare finta di dimenticare il tuo passato, le tue cose dell'anima, i posti stessi dell'anima e guardare chissadove...
ma così, in quello stesso preciso momento, ti renderesti conto che niente avrebbe avuto un senso di quello che è stato...
dei tuoi anni da ragazzo, o di quelli più in là nel tempo, resterebbe solo il vento che ti è passato nei capelli...
delle tue rabbie, dello schifo che hai sopportato, resterebbe solo cattivo odore e non la tua forza guadagnata...
e allora, in certe sere che la vita ti sembra un ingombro, basta che tu riprenda quel filo di aquilone che hai lasciato....
prendi a caso qualcosa da quel fottuto taschino accanto al cuore, e ti ci danni l'anima e tutto il resto...
in quel preciso istante, senti una musica che riparte, una voce che riprende a cantare, e tu ti ritrovi a sognare...



come se un vecchio mago ti prendesse per mano e ti riaccompagnasse al di là del tempo, al di là dei giorni...
e istante dopo istante ritrovare qualcuno che avevi proprio dimenticato, nelle fottute pieghe del tempo andato...
e rivederlo lì, come allora, con gli occhi giovani di ieri, con tutta la spensieratezza che ti eri davvero scordato...
e rivederlo mentre si lecca un gelato oppure si tira indietro i capelli o mentre accarezza il volto di una ragazza...
e lì, vorresti chiedergli scusa per qualcosa che è successo allora, ma non ricordi nemmeno più il motivo...
come se il tempo fosse servito a lavare via tutte le cazzate combinate, lasciando un mondo tutto lindo, pulito...
io lì, ragazzo di vent'anni, e più in là il mondo, vecchio di milioni di anni che ne ha viste tante, da non poterle raccontare...
Beatles - Abbey Road (1969)

Fai della tua vita una cosa bella, mi disse, una sera lontana, un mio zio, la sera che stava per prendere il volo...
i suoi occhiali diventati più grandi della sua faccia... e le sue mani tutt'ossa con le dita lunghe da pianista...
leggero come un passerotto sopra il tiglio grande, che invece di prendere il volo, ora cadeva leggero, leggero...
e intanto, leggera, da un altro mondo, suonava la musica di Paolo Conte, e lui aveva il sorriso nei suoi occhi....
e sul comodino: La Morte a Venezia, chiusa per sempre dove von Aschenbach  guarda Tadzio e la sua gioventù...
lo ricordo, mio zio, quando andavamo a Venezia... ero un ragazzo allora, e dovevo imparare la vita e tutto il resto...
io, mio zio e una cassetta di uva bianca: a vederci c'avranno scambiato di sicuro per due matti persi, quelli là...
lui, con il suo panama bianco, e io con i miei capelli mossi dalla brezza della laguna, in giorni che ricordo appena...
ci si metteva seduti, i piedi a penzoloni e la cassetta d'uva tra noi due, come fosse una donna ancora indecisa...
mio zio che mangiava lento, via la pelle e poi, piano toglieva i semi dagli acini, come Troisi in Ricomincio da tre...
parlavamo di me e della rivoluzione francese, di lui e dei sacrifici umani degli Aztechi, di cazzate e di Hermann Hesse...
mi diceva: L’arte non è un mondo che inizia e finisce nello spazio di un'ora, è piuttosto la somma di molti linguaggi...




già, come chi ama la musica ama anche gli oggetti che hanno saputo contenerla... le copertine dei vecchi dischi in vinile...
hanno il rumore di un fuoco che scoppietta sul caminetto nelle giornate grigie e fredde di inverni ormai lontani....
si sono prese la nostra anima in un attimo, come una donna che ami da sempre, e per sempre, e che conosci oggi...
erano l'odore dei fazzoletti al mentolo dei giorni che andavano a cadere sotto l'albero di Natale, nella neve fresca...
Le Orme - Felona e Sorona (1973)
le copertine dei dischi in vinile ci riportano alle mattine di festa dove si poteva dormire un po' di più, e sereni...
erano il tempo che andava più lento, quasi che fosse il cuore a dare il ritmo alla vita, e non un mondo coglione...
erano i tuoi occhi che andavano a scoprire i dettagli, e che poi, meravigliati, si scoprivano incantati e sorridenti...
erano tua madre che ti chiamava che era pronta la cena, i passi sulle scale, l'odore di minestra e la fine della giornata...
erano la faccia di luna di In the Court of the Crimson King, e l'idea stessa che avevi un mondo tutto tuo, lì dentro...
King Crimson - In the court of the crimson king (1969)
il volto di un uomo spaventato, con gli occhi spalancati, mentre urla... erano le finestre di un palazzo urbano ai numeri 96-98 di St. Mark's Street di Physical Graffiti degli Zeppelin: gioco di incastri... gioco di incastri e gioco di incanti...
erano il collage di più foto scattate nella stessa stanza, a rotazione, di Ummagumma dei Pink Floyd....
era la pista dell'aeroporto di Biggin Hill, nel Kent, gli strumenti e tutto......
le copertine dei dischi in vinile, erano le strisce pedonali più famose al mondo, quelle davanti agli studi di Abbey road...

Led Zeppelin - Phisical Graffiti  (1975)
Erano John, Paul, George, Ringo... eravamo noi... erano la nostra gioventù, i nostri fottuti vent'anni... erano quelle dannate 6.500 lire che non avevamo mai da spendere...
erano le 6.500 lire che si trovavano lo stesso... era l'Inghilterra vittoriana dei primi enormi dischi dei mitici Genesis...
era la ragazza con la testa di volpe di Foxtrot... erano gli anni dove la fantasia veniva prima del denaro, dove le puttanate erano solo qualcosa su cui poi riderci su....
erano noi, e erano gli altri... erano la musica che poi potevi ascoltare sul disco... erano davvero un altro mondo...
Genesis - Foxtrot (1972)

Erano la cassetta di uva portata a zonzo per le calli di Venezia come fosse un bambino che non sa ancora camminare...
erano mio zio e i suoi occhiali e il suo panama bianco, erano i miei passi doppi per potergli stare dietro, e andargli davanti....
Volevo che le persone guardando le copertine potessero ascoltare la musica, diceva Alex Steinweiss: Amo la musica da morire.....
Pink Floyd - Atom heart mother (1970)

Ora è morto, Alex Steinweiss, l'inventore delle copertine dei dischi in vinile: lui, che diede un senso alla musica...
da ragazzo guardava le copertine tutte uguali dei dischi degli anni 40... lui, una notte, ci sognò sopra, e non ha mai smesso...
diceva: Ho l’ambizione di fare cose che vanno ben al di là di quel che mi pagavano... lo faccio per me, e per i miei sogni...
e noi, ragazzi invecchiati, tanti anni dopo, in un secolo nuovo e bastardo, non abbiamo ancora smesso di sognare...

Led Zeppelin - IV (1971)



sabato 1 dicembre 2012

sognatori di sogni

Gimme, il mio amico assente






Quelli della mia generazione sono cresciuti, quasi tutti, con dei miti... oggi, il termine MITO ha perso il suo senso...
si chiama MITO tutto quello che va di moda... e canzoni un po' stupide c'hanno messo su il carico a undici...
il MITO è qualcosa di sacro: come una fiaba... qualcosa che viene da lontano, che è diventato un sogno...
non sto parlando dei miti grci né di tutto questo... sto parlando di quelli che abbiamo avuto noi, per vivere...
i ragazzi di Woodstock, tanto per dirne una, stavano, senza nemmeno saperlo, cercando di tornare agli inizi...
di certo, se qualcuno di voi fosse stato giovane nel '68 sarebbe stato con il culo di fuori o le tette al vento...
allora, quei ragazzi non lo facevano tanto per spudoratezza, quanto per una nuova forma di libertà... ritornare al mito
un po' come gli schiavi di Sparta, riprendersi la libertà tutto a un tratto, ritornare all'inizio... non avere niente...
va detto che, molti di quei ragazzi, negli anni venuti dopo, hanno rinnegato del tutto quei giorni un po' folli...
questo perché, in un fenomeno di massa, come un fiume in piena, ci si porta dietro un po' tutto: acqua e detriti...
voglio dire, accade sempre, in ogni corteo, per dire, che una buona parte di quelle persone non sappia perché sta lì...
l'acqua va, sono quelli che ci credono, che vanno avanti, anche dopo... che non stavano lì tanto per fare numero...
che non significa andare con il culo di fuori o le tette al vento per sempre... vuole dire non vergognarsi di averlo fatto...
c'è chi ha vissuto male, dopo: si sentiva ricattabile: Sta a vedere che ora mi tirano fuori la foto con l'uccello a penzoloni...
altri che ho conosciuto, hanno vissuto una vita non facile, magari... non hanno accettato posti in banca e tutto, per dire...
sono diventati artigiani, hanno preso un tronco di legno e poi hanno provato a tirarci fuori un Pinocchio, ecco...



hanno continuato a sognare, a rubare alla quotidianità ogni minuto possibile, ha salire sopra un albero... a non capire
visti da lontano, quegli anni hanno addosso la magia delle cose passate, il profumo dell'estate e suoni di chitarra...
ma le delusioni non sono mancate... per tanti fu come il ritorno da una vacanza durata due o tre anni, e fu tremendo...
come accade la sera che tu torni a casa dopo un viaggio: ti senti un po' perso, ti sembra che quella non sia casa tua...
ho sempre ammirato quelli che non si arrendono: quelli un po' matti persi: quelli con la testa appoggiata sul palmo della mano...
va detto: la musica che nacque negli anni '60 e '70 resta ancora oggi insuperabile: è il simbolo di una svolta epocale...
Gimme, un mio amico, amico assente, era dell'idea che se la vita non la prendi sottobraccio, prima o poi la perdi...
era bello vederlo arrivare a scuola, aprire il suo zaino verde militare e tirare fuori Foxtrot dei Genesis o un libro di testi...
il fascino di quei giorni non l'ho riprovato, devo dire... era un po' come il bambino che dice Mamma la prima volta
poi, nella vita, quanti miliardi di volte la ripeterà quella parola, ma l'incanto di quella sera, be', quello non si ripeterà...
come ho conosciuto Gimme? ovvero Come siamo diventati inseparabili sognatori di sogni e musica e fottuta poesia?
con un mio tema al compito di italiano: titolo: L'amicizia: ecco, su questo argomento si va smetto fuori tema, è un attimo...
una professoressa ti da un titolo, semplice: L'amicizia, e tu o fai una cosetta scontata e ti accontenti di un 6 o 6 e mezzo...
o scrivi quello che ti passa per la testa, quello che è per te è davvero l'amicizia, è ti accontenti di un bel 4+...
prendi un bel 4+ e una bella figura di merda... sì, perché poi, andò a finire che quel tema, una mattina, venne letto in aula...




ma non letto per sottolineare: Ma quanto è bravo 'sto ragazzo... no, letto per dire: Ascoltate cosa cazzo ha scritto questo...
nel tema, avevo raffigurato l'amico come un cavaliere: un cavaliere elettrico: era il 1979 era appena uscito The Wall...
avevo buttato giù tutte le idee che mi rigiravano per la testa, con un gran bel finale: roba da restarci secchi, devo ammettere...
lo spunto sul cavaliere elettrico l'avevo tirata via da un film appena uscito, con Robert Redford e Jane Fonda...
devo ammettere: non avevo visto il film... e, dopo quella figura di merda di quella mattina, mi sono rifiutato di vederlo...
a intuito non mi sembrava un film di fantascienza, e così ce lo mise dentro al tema di buzzo buono, quel cavaliere d'argento...
eravamo tanti in quell'aula: 34 ragazzi: ma pochi quelli che sognavano: pochi... insomma, la professoressa lesse il tema...
lo lesse con quel sorriso da ebete di chi è consapevole che sta per sputtanare qualcuno a suon di commenti e sorrisetti imbecilli...
i sorrisetti imbecilli venivano da ragazzi come quelli che noi chiamavamo Duo Fasano o cose così... ragazzi con giacchetta...
insomma, la cosa andò avanti per un po': anche allora, quando scrivevo certe cose, devo aver fatto due palle così, alla gente...
insomma, per quella professoressa così banale e senza sogni, io ero andato COMPLETAMENTE fuori tema...
fosse stata una con i coglioni me l'avrebbe detto in maniera più chiara, tipo: Ma cosa cazzo sei andato a scrivere?...
ma lei era di vedute ristrette: anche gli occhiali d'oro falso che teneva sul naso erano già fuori della sua portata...
vabbè, l'ho rivista qualche mese fa, sempre mezza rincoglionita, un po' come allora... dico: Buon giorno, professoressa...
glielo disse alla Benigni, per dire... lei mi puntò gli occhiali d'oro falso sulla faccia come qualcuno fa con una pistola...
aprì appena appena la bocca, ma non riuscì ad essere affascinante... cercò di sorridere, ma le venne abbastanza male, la cosa...
poi, dopo aver ripassato a memoria tutto il Canto Primo della Divina Commedia, riuscì a dire: Ci conosciamo? Lei chi è?...
ricordo che in quel momento passò un camion della nettezza, lei lo guardò schifata, e dopo fece un gesto con la mano...
va detto: non era passata una ventata di cioccolata calda... lei si tirò sullo stomaco la borsetta, così da metterla al sicuro...
stavo cercando una domanda, tanto per farla parlare: lei fece prima: Non vicordo di avevla vista... aveva la erre ben moscia...
mi sono sempre domandato se fosse stata la erre la cosa più moscia che aveva, la mia professoressa di lettere e occhiali...
stava per arrivare l'autobus, meno puzza senz'altro, ma quella c'avrebbe trovato certo qualcosa da criticare anche lì...
così, approfittai della situazione, le guardai due o tre volte la borsetta, che oramai era al posto dell'intestino, e me ne andai...
appena voltate le spalle, mi dissi: Troppo stronzo... mi voltai, lei stava a a guardarmi, all'inizio del Secondo Canto di Alighieri...



dicevo, Gimme, fino a quella mattina era un amico, ma non avevamo mai scambiato parola sulla musica e tutto...
dopo che la Rottermeier ebbe finito lo sputtanamento, lui mi venne vicino e mi chiese: Lo sai chi è Peter Gabriel?
gli disse che sapevo chi fosse, ma lo conoscevo poco... i Genesis mi arrivarono tardi: quella mattina del 1979: e meno male...
Quello che hai scritto assomiglia tanto a quello che scrive Peter Gabriel nei testi delle canzoni dei Genesis, fa Gimme...
la mattina dopo arrivò con The lamb lies down on Broadway... era un doppio album, davvero meraviglioso: eterno...
di questo disco ho parlato ampiamente in Per amici assenti... e non dico altro... la meraviglia non ha tante parole...
diventammo inseparabili: lui portava i capelli alla Jimi Hendrix: sembravamo due che hanno appena finito un concerto rock...
per me, Gimme è stata una persona importante: gli devo alcune cose: spero che possa tornare da dove è andato a finire...
e spero che stasera possa leggere queste cose: cose da due palle così: come si faceva nei temi in classe di italiano, allora
e spero che la vita se la sia sempre tenuta sottobraccio... che le abbia dato filo da torcere e tutto... e che sia sempre uguale...
me lo vedo, lì, chissadove, a ripensare a quelle mattine, alle sigarette nel corridoio, e a tutto quello che poteva essere...
a tutto quello che poteva essere e non è stato, ma va bene lo stesso... abbiamo sognato, e ne siamo stati davvero felici...
pensa, Gimme, a tutti quelli che non l'hanno mai fatto... pensaci un attimo... almeno noi abbiamo dei ricordi, e non è poco...
pensa, Gimme, a quante cose non avrei saputo, se tu non ci fossi stato... vorrei dirti che, ora, le ho imparate...
e certe sere, quando la vita proprio non gira per il verso giusto, basta staccare una foglia di quei ricordi, e tutto passa...
ci siamo messi via le scorte dei sogni, da usare nei giorni che non hanno un senso, come piccoli scoiattoli, come loro...
negli inverni che ti aspettano, quelli della vita, ti fa piacere non sentire troppo freddo... non avere mai le mani troppo gelate...
avrei bisogno di dirtelo, e te lo dico: ricordi quel disco dei Pink Floyd? quello con la mucca e tutto?... che io ti avevo dato?
sappi che l'ho ricomprato, stessa edizione: stessa mucca e tutto: se lo apri c'è la stessa foto in bianco e nero... sputata...
ma quello che ti avevo dato più di trent'anni fa, be', vecchio amico mio, ora è tuo... questo volevo dirti, per ogni buon conto...


Least Heat-Moon

le vecchie polverose strade blu







ricevo spesso mail o altre cose, e ne sono contento, giuro... le mail arrivano perché qualcuno di voi va sul mio sito, ecco...
alle mail e tutto rispondo sempre.. la risposta, a volte, magari è deludente, ma il problema, lì, non è tanto la risposta, quando la domanda...
un ragazzo ieri sera mi chiedeva qualche consiglio su una cosa abbastanza semplice: la vita... domanda da un paio d'euro...
gli ho già risposto... ne approfitto qui per ribadire un paio di cosette che vi torneranno magari utili in futuro...
della vita c'ho capito poco pure io, non so dare consigli su una materia che conosco a malapena, sbaglierei all'inizio...
non ho che un paio di certezze e con quelle ci si combina poco, e diffido sempre da chi ha una risposta pronta in tasca...
non sopporto chi scrive libri o cose tipo: Come educare tuo figlio... ecco, su queste cose mi sale il sangue alla testa...
a chi scrive libri così, direi: pensa a Come educare TUO figlio, che al mio ci penso da me, perdio!...
voglio dire, 'sti "maestri di vita" che ora li trovi su ogni canale della televisione, poi, cosa fanno ogni giorno i loro figli?...
l'ho già detto, non so insegnare... nemmeno quello che conosco bene, figuriamoci cose che ancora non ho capito...
e, sempre in quella mail, mi si scambiava piuttosto per un anarchico che per un uomo libero... c'è differenza, eccome...
io, per dire, a casa posso stare anche in mutande o senza... ma, a un semaforo rosso, io tiro il freno... mi fermo...
la mia libertà finisce nel punto esatto, lì, dove io vado ad impedire la libertà di un'altra persona...
un altro ragazzo, in una mail lunga e ben scritta, mi chiedeva un sacco di cose: vabbè, sennò la mail veniva un po' corta...
mi chiedeva se potevo parlare per qualche sera della storia della nascita di alcuni dischi fondamentali della musica rock...
'sta cosa è in programma... cioè, io non programmo niente nella vita, ma ce l'ho in testa, ecco, e, perdio, la farò...
mi chiedeva qualcosa anche sulle donne, lì, sulla cosa ho sorvolato... so che ha letto di Maggie, Lara, Anna e tutto, ma...
ma, appunto, avrà anche visto quante di queste, poi, me ne sono portate a letto... sulle donne devo ancora studiare parecchio...





e, a proposito di donne, c'è un tipo in America, ch'è diventato uno scrittore importante proprio grazie a una donna: sua moglie...
la cosa inizia nel '78: il signor William insegna inglese in un college del Missouri... ha 38 anni... un ragazzo...
il ragazzo se ne sta felice come una pasqua, quando, una sera, lo chiamano dal college dove insegnava...
è solo in casa, con la moglie le cose vanno mica tanto bene, ma la speranza c'è sempre... quella, si sa, è l'ultima a morire...
alza il telefono... in mano ha una bottiglia di birra gelata... un attimo prima aveva detto: Stasera mi ciucco, cazzo!...
alza il telefono, dicevo... la prende un po' larga la signorina addetta all'amministrazione del college dove lui insegna...
gli dice: Mammamia quanto costa un hamburger!... Mammasanta quanto ho pagato per un paio di jeans Levi's...
la prende troppo larga, tanto che il nostro William a un certo punto fa: Mi manca di sapere quanto costa una puttana!...
a quel punto, la signorina è costretta ad arrivare al dunque: Lei è licenziato, mio caro signor William Trogdon, da adesso...
la lattina, oramai vuota, gli scivola via dalle mani... tummm... ha la cornetta ancora all'orecchio, ma è rimasto solo...
va al frigo - ora questo non lo so di preciso... ma ammettiamo che ci vada, che si prenda una due trequattro lattine di birra...
e, se le prende, se le scola di sicuro... non lo so, questo, sta di là, nell'altra stanza, e non lo vedo... ma è un uomo distrutto...
quando torna, una lattina in mano ce l'ha davvero... alza la cornetta, tira via un numero e aspetta una risposta...
di là, dall'altra parte, dovrebbe rispondere sua moglie...e in effetti... Pronto?, fa la moglie... e lui: Stasera non dico VIA!...
no, è che c'avevano 'sta cosa: uno diceva Pronto? e l'altro diceva Via!... la facevano da 15 anni, 'sta robetta, per dire...
ma no, lui fa: Stasera non dico VIA!... lei non sa che dire... blablabla... e lui le spiega cosa gli è successo per filo e per segno...
cioé, le spiega tutto, eccetto quella battuta sulla puttana... e lei, mentre si mette sul cuore un respiro un po' affannato
gli dice: Mi spiace, mi spiace davvero... ma tra noi è finita... ho una storia con il tuo amico John, e questo è tutto...
certe persone, a volte, non ascoltano le tue dannazioni... ti ci mettono sopra un carico a picche...
notte di merda, per il signor William... capirete, in quattro e quattr'otto ha vita la sua vita andarsene a puttane, così, gratis...



la mattina si sveglia è decide un paio di cose: la prima: riprendere il nome che gli spettava: lui era di sangue indiano...
William Tregdon diventa Least Heat-Moon... una mattina di pioggia, che ti viene la pelle d'oca a pensarci, ecco...
la seconda: andare in banca, tirare via quei quattro soldi e con quelli comprarci un furgone scassato...
il furgone lo chiama Ghost Dancing - danza degli spiriti - e lo attrezza tanto per dormire e viverci un po' alla meglio...
poi decide: Vado verso est... così, senza pensarci tanto, su due piedi... Voglio parlare con la gente e scrivere di loro, dice...
poi, pensa, 'Ste storie le farò pubblicare a qualche rivista... Farò solo strade secondarie, mai autostrade, mai, perdio!...
sta in viaggio tre mesi, da una buca all'altra, da un paese all'altro, da una collina a una pianura bellissima...
quando torna, manda le cose che ha scritto ad alcuni editori... tra troppi: Le faremo sapere, ce n'è uno che dice: OK!...
quella cosa, poi, è diventata un libro che ha venduto, solo il primo anno più di un milione di copie... il titolo: Strade blu...
lo hanno chiamato al college per una conferenza, un paio di anni dopo... lui ha detto: Nemmeno per il cazzo!...
la moglie e il compagno John, nell'80, viaggiarono come matti per tutte le autostrade d'America, poi tornarono a casa...
mandarono i loro scritti a mille editori... delle autostrade non importava niente a nessuno... la cosa è finita lì...
Least Heat-Moon ha scritto un altro bellissimo libro una decina di anni dopo, ma ve ne parlerò un'altra volta...
insomma, alla fine, non tutto il male viene per bastonare... se ci guardi bene, e se riesci a vederci una lucina piccina picciò
è capace che da lì la tua vita cambi del tutto, ma che non vada del tutto a puttane... dovresti provarci, ecco tutto...
a volte non è facile, ti senti l'anima che ti viene via a brandelli, e magari ti manca un filo di coraggio per provare...
ma, quando tutto è perso, provare costa poco... magari non riesce, ma perlomeno tu c'hai provato a salvarti la vita...


di notte, di luna e di falò

il mio amico Cesare






stamattina avevo l'appuntamento con Adelmo... il suo sms: Gabry, ti aspetto da Riccardo, mezzogiorno va bene? se puoi, grazie...
sto per uscire di casa, che sento squillare il telefono... è Giuliano, un vecchio amico di estati lontane anni luce...
con Giuliano abbiamo imparato i primi accordi sulla chitarra, quelli di Girl dei Beatles... la suonammo tutta l'estate...
va detto, si sapeva fare solo quella... mentre intorno a noi andavano bionde trecce e occhi azzurri tuoi, noi ci si provava...
Giuliano era uno che ce la metteva tutta a fare il verso di Lennon, quello chiaro di chi sta lì a tirare uno spinello...
ma noi si faceva diverso, come se stessimo abbracciati a una donna stretti stretti e si stesse a farle chissa cosa poi...
insomma, ci veniva bene, ecco... si voltavano tutti... smettevano le bionde trecce di Battisti e ci ascoltavano cantare...
Le bionde trecce attirano più fica, diceva Giuliano... sì, perché, a quei tempi i Beatles erano passati e non ancora tornati...
ci si fece una malattia, Giuliano, su quella cosa delle bionde trecce che tirava più delle canzoni dei Beatles, questo va detto...
vabbè... al telefono mi fa: Aspettami un attimo, che vengo a portarti una cosa che ti piace... ora, mettetevi nei miei panni...
uno al telefono che ti dice: Vengo a portarti una cosa che ti piace... ne avrò pensate centocinquantamila, e non c'ho preso...
Giuliano ha una macchina che sembra uscita dai film di 007 o dai fumetti di Diabolik: sembra sempre lì lì per volare...
Giuliano, ora vive un po' lontano... ci si vede ad ogni morte di papa... e ci si sente solo per dirci: Oh, lo sai chi è morto?...
insomma, le estati di Girl e delle bionde trecce sono davvero lontane... a pensarci bene, non si sente nemmeno più l'eco...
resta quel ssssshhhh che oggi ti fa più pensare ad altro, che ad uno spinello... e qualche miliardo di risate fatte, allora...
Giuliano sta a Gradisca d'Isonzo, con una figlia, Marta, e una donna che dovrebbe chiamarsi ancora Antonella...
da Natale, mi ha scritto solo una mail: Ho letto Per Amici Assenti. Bello. Bravo.Giuliano... nemmeno nel west si faceva...
allora, mi arriva con la sua macchina infernale, scende, dice: Ciao, u signur, fa freschetto, neh... entra dentro come un ladro in fuga...
in mano c'ha un paio di pacchetti: uno bello grosso e l'altro meno... mi abbraccia, e mi dice: Prendi... è il pacchetto meno...
lo apro, un libro, un libro che sa di passato: ingiallito... lo riconosco... E' tuo, mi fa, l'ho ritrovato in cantina, bello come ieri...
è un libro a cui tengo... gliel'avrò prestato trent'anni fa... Me lo dai per un paio di giorni?, mi fece nell'81 o 82...
lo sfoglio, rileggo cose che sapevo, ma che rileggo volentieri... e poi mi passa il pacchetto bello grosso... lo apro...
Cristo!, faccio, tu mi fai Pasqua a settembre!... è una cosa, quella, che mi ricorda un amico di mio padre, Danilo...
anche lui abitava a Gradisca, ma ogni estate veniva da noi... per me, lui era l'estate che arrivava di botto, ecco Danilo...
è stato lui ad abituarmi alla cosa... arrivava sempre con un pacchetto per me: Questo è per Gabriele, diceva, sorridendo...
era la mia Pasqua sotto ferragosto, per dire... c'era un dolce che amavo, che ho mangiato per tanti anni, fino a poco fa...
una chiocciola, una chiocciola fatta di noci, uvetta, pinoli, zucchero, liquore, scorza di limone... e liquore di prugne...
si chiama Gubana, 'sto dolce... la mia pasqua sotto ferragosto, per tanti e tanti anni... Non dovevi, dicevo... Vai in mona, faceva...
così, stamattina, ho fatto pasqua a settembre... Ben ben, fa Giuliano, mentre sale sulla macchina di Diabolik...
era sabato mattina, un sabato di fine agosto, caldo, afoso... il nostro amico ha preparato già una valigetta, poche cose...
a casa lo sanno: il nostro amico, il fine settimana, va fuori, a passare due giorni con amici, a parlare, a pensare...




ha cercato una sua foto in un archivio, un vecchio archivio di giornale, l'ha data ad un amico dicendo: Va bene, questa...
riapre la valigetta, ha dimenticato di metterci un libro: lo fa ora... richiude, si guarda intorno... sfiora la libreria, ed esce...
è sabato pomeriggio, e come tutti i sabato pomeriggio, ora il nostro amico andrà verso il tram e poi la stazione, a sinistra...
ha indossato il suo completo: un bel vestito grigio, e un bel paio di scarpe... si ferma, si accende una sigaretta sulle scale...
ha passi lenti, come a voler misurare la distanza tra il mondo e la luna... tra il suo piano e quello della strada là sotto...
fuori c'è la città dell'estate che sta per finire... gente in maniche di camicia, e signore con abiti di sartoria, impeccabili...
ora, il nostro amico, uscirà dal portone, e svolterà a sinistra, verso il tram e poi verso la stazione, come ogni sabato...
e invece no... ad averci scommesso sulle sue abitudini, stavolta si sarebbe perso tutto il malloppo... si guarda intorno...
appoggia la valigetta a terra, si accende una sigaretta, fa tre lunghi tiri, poi ci fa perdere quella benedetta scommessa...
come mai prima, scende dal tram e svolta a destra... se la gente, in quel momento, lo avesse visto, lo avrebbe di sicuro fermato...
gli avrebbe detto: Che fai? guarda che te, di sabato, di sabato pomeriggio, mica vai di qua, vai di là, tu, a sinistra...
gli avrebbe detto: Guarda, amico, che stai sbagliando strada, non devi andare da questa parte, devi andare verso la stazione...
ma, lì, in quel momento, c'è gente in maniche di camicia, e signore con abiti di sartoria, e non ci fanno caso, al nostro amico
e lui, facendo vincere il banco, va a destra, allontanandosi dalla stazione... a passo lento, come sempre... il suo...
si guarda intorno, sembra cercare un volto, qualcosa del genere... poi va dritto, sempre a destra... mai fatto prima...
il nostro amico, arriva in una piazza, si ferma, si accende un'altra sigaretta... una ragazza gli chiede se ha da accendere...
lui dice di no, e va verso l'ingresso di un albergo... chiede una camera, una camera con telefono... terzo piano, dicono...
lui si volta indietro, verso l'uscita, il portiere lo guarda, si guardano: Grazie, fa, il nostro amico... e sale al terzo piano...
arrivato, si siede sul letto, alza la cornetta e telefona a una donna, poi a un'altra, a un'altra ancora, e ancora e ancora...




il nostro amico è giù di corda, e a quelle donne chiede solo un po' di compagnia, solo un po' di benedetta compagnia...
non chiede sesso, assolutamente no... non è quello il suo pensiero: vuole la compagnia di una donna, inviatarla a cena, tutto qua...
niente sesso, solo compagnia... ma nessuna sembra libera, e una glielo dice in faccia: Non vengo, mi annoi!... ecco, così...
telefona a un'altra donna, Fernanda, con lei ha avuto un rapporto di amicizia e di stima, cose difficili da spiegare, ecco...
Fernanda sarebbe contenta di andare da lui, per fargli compagnia, per una cena... ma non può: suo marito è malato, non può...
Solo un paio d'ore, fa il nostro amico... lei dice di no, non se la sente di lasciarlo da solo, a letto, ammalato di qualcosa...
ha preso il libro dalla valigetta, lo sta leggendo, seduto sul letto... dialoghi di antichi dei e mitologia che sa di sacro...
a cena non scende, non ha appetito... da solo, niente compagnia, una maledizione, perdio... una dannazione, perdio...
arriva la notte, notte di un sabato di fine agosto... non chiude occhio... ripensa ia giorni, agli anni, alle cose fottute e perse
ripensa, il nostro amico, alle donne andate, agli amori appena cominciati e poi finiti, così, come finisce una notte o...
come potrebbe finire una vita, per esempio... l'alba lo sorprende a pensare alle colline che andavano verso il mare...
è domenica... una domenica di fine agosto... calda, afosa... si sente gente che parla giù in piazza, verso chissà dove...
non scende per il pranzo... sente addosso una stanchezza che lo sta divorando... l'inutilità di continuare a vivere...
apre la valigetta, tira fuori un pacchetto, tira fuori delle bustine, le apre, le scioglie dentro a un bicchiere d'acqua...
fa roteare il bicchiere, la polvere delle bustine s'è sciolta, l'acqua è color del miele, si toglie le scarpe, le sistema bene...
prende il libro e prende una penna: butta giù una frase... poi lascia il libro aperto sul comodino, la penna in mezzo...
prende il bicchiere e GIU'... ingolla tutto quello che contiene: acqua e polvere dissolta, come per magia, o per gioco...
si sdraia sul letto, vestito, perfettamente vestito... Tutto questo fa schifo. Non parole. Non un gesto. Non scriverò più.
quando lo troveranno, la sera di quella domenica, sarà troppo tardi: il nostro amico è bell'e che morto da ore...
sul comodino: le bustine vuote, appena un'idea di polvere e un libro aperto con sopra una frase e una penna...
Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi. ... il libro: Dialoghi con Leucò...
il nostro amico Cesare Pavese, è morto così, da solo, in un albergo: Roma, la domenica del 27 agosto del 1950...







Verrà la morte e avrà i tuoi occhi
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.
Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla

Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.

CESARE PAVESE 1950


il poeta di Venezia

il mio amico Antonio






vi dico la verità... io, quelli che mettono in copertina delle riviste non li conosco... cose tipo: Paolo lascia Marta?...
forse voi donne ne sapete di più, non so... ora, non dico di trovarci sempre Vasco Rossi Jovanotti o Carlo Verdone...
ma, Cristo!, questi da dove saltano fuori? li chiamano attori, attrici... ecco, li dobbiamo aggiungere ai santi e navigatori...
insomma, io ero rimasto alle riviste con copertina con su qualcosa di famoso, ecco... devo essermi perso qualcosa, penso...
le edicole sono diventate un po' come le telenovelas: non ci trovi attori, da quelle parti... ci trovi bonazzoni e gnocche...
con un andazzo del genere, mi sa che la Magnani, la Vitti e altre del tipo, mica ce la facevano a la Magnani, la Vitti e tutto...
poi, l'occhio, dopo quella carrellata di Ma chi li ha visti?, mi cade su una notizia... tre righe, intendo, forse meno, a pensarci...
la notizia mi ha incuriosito... ho comprato la rivista dei miracolati da questo mondo di fessi, e me la sono portata a casa...
a pagina settemiladuecentocinquanta, c'era l'articolo che mi interessava: l'ho letto, e mi sono messo a sorridere...
pensavo che fossero scomparsi da almeno una cinquantina d'anni... ma se ci pensi, ci senti su ancora l'odore del passato...




 


cose che noi abbiamo visto solo nei film neorealistici di De Sica o di Steno... faccende d'altri tempi, insomma, altre stagioni...
erano quelli da cui c'andavano per rispondere alla lettera d'amore di un'amata o di un fidanzato, rossi rossi in faccia...
dovevate esserci: arrivava la lettera - spesso gliela portava un confidente, un amico comune, mai il postino, quello no...
arrivava la lettera, e scappavano di corsa sulle scale, andavano in camera, si chiudevano la porta alle spalle, con l'ansia nel cuore...
poi c'era il rito... sì, perché per aprire una busta che contiene una lettera d'amore, non si fracassa mai una busta, si fa piano...
a volte c'era lì un tagliacarte, altre volte un paio di forbicine, più spesso si infilava un dito: piano piano che sennò si sciupa...
la faccenda poteva durare un attimo o una manciata di minuti, ma sempre con addosso una fottuta ansia di leggere quelle parole...
una volta aperta la busta, tiravano fuori la lettera, ripiegata in quattro, e mentre la sfilavano via si guardavano alle spalle...
certe volte la madre, o qualche altro rompicoglioni, chiamava da sotto: E' pronto, si mangia!... c'erano i minuti contati, ecco...
aprire la lettera ripiegata in quattro era un altro rito... prima ne respiravano l'odore, per ritrovarci dentro un niente dell'amato...
c'era chi faceva svelto, e chi lentamente come fosse la reliquia di qualche santo che arrivava da un qualche paese d'Oriente...
da sotto, perché qualcosa avevano capito, e con il preciso intento di rompere i coglioni, continuavano a chiamare...
tac, la lettera era aperta, lì, davanti, con su una scrittura familiare, di traverso, arzigogolata, male o ben scritta, era lì, davanti...
ci scappava un sorriso, con il cuore a mille, gli occhi che ne misuravano la lunghezza o la ricerca di un impensabile Addio...
una lettera d'amore, allora, non iniziava mai con il nome della donna: oggi, se esistesse ancora sarebbe: Anna, ti penso un casino...
una lettera d'amore, allora, iniziava leggera, come lo svolazzare silenzioso di una farfalla sulla tua spalla: Mia cara amata...
ecco, vedete? già l'avvio è sereno, distensivo... ti metteva comoda, a sedere sul sofà, ti toglieva subito quella dannata ansia...
poi c'era scritto cose che sapevano di poesia, magari scritte con mille errori e senza nemmeno una doppia, ma era bellissima...
dovevate vederla, lei, arrivare all'ultima frase: Non vedo l'ora di riabbracciarti, stringere la lettera al petto e sorridere felice...
ma questo era un caso, perché, cinquanta, sessant'anni fa le cose non erano proprio così: c'era chi non sapeva leggere né scrivere...
se t'arrivava una lettera di tua sorella la faccenda si poteva risolvere abbastanza ben: si andava dal prete e il prete leggeva...



il prete sapeva annacquarla, la lettera, sapeva metterci un padreterno e un'avemaria anche questi se non c'erano scritti sopra
sapeva metterci che era un bene per l'anima, quello di donare alla parrocchia un po' di grano o castagne o qualche spicciolo...
sapeva anche rispondere, a quella lettera: tu non sapevi scrivere, ma ci pensava il prete a farlo per te: certe cose, però, le cambiava...
se nella risposta si diceva che avrebbe di sicuro portato delle offerte al prete, il prete queste cose mica ce le metteva dentro...
e fin qui passi... il prete ci metteva su il proprio tornaconto, ma il servizio alla meglio te lo faceva, e tu eri una persona contenta...
se, però, la lettera non era di tua sorella, ma del tuo amato, be', qui la faccenda si complicava un po': intanto si escludeva il prete...
escluso il prete per ovvie ragioni, restavano pochi altri: o un notaio, anche allora caro come oggi, o un conoscente, ma a volte...
a volte si preferiva andare da uno scrivano: quello che lo faceva di mestiere, che stava là solo per leggere e scrivere in poesia...
allo scrivano non gliene fregava un cazzo di quel che c'era scritto sopra: era il suo lavoro: te la leggeva e se volevi rispondeva...
lo scrivano aveva una bella calligrafia, svolazzi sulle lettere e altre cose... lo scrivano sapeva mettere in bellacopia le tue idee, ecco...
certi scrivani sapevano fare di più, sapevano inventarsi lì per lì delle frasi d'amore, qualcosa che sapeva anche di poesia...
e io pensavo che fossero scomparsi da almeno una cinquantina d'anni... ma se ci pensi un attimo, ci senti su ancora l'odore del passato...
se fino a una settimana fa andavi a Venezia e passi per campo Santa Margherita, potevi vedere qualcuno pisciare contro un muro...
nella monotonia di un ritmo di bongo, e delle pisciate lungo le calli vicine, nel campo Santa Margherita c'era un ometto che fumava...
fumava, intanto che pensava a cosa scrivere su certi fogliettini messi lì, l'uno dietro l'altro, fumava e ascoltava il bongo ta-tatam- tam tata
a un certo punto lo vedevi, gli veniva una cosa in mente, tirava su una penna e prendeva un fogliettino, e ci scriveva qualcosa...




una volta scritto, lo prendeva tra le mani, ci soffia su, come per asciugare l'inchiostro, lo arrotolava e ci metteva un elastico...
e poi, al ritmo del bongo tirava il rotolino dentro a una cassettina di legno: un gioiello, una cosa da farti rimane secco, per dire...
se tu passavi di là e c'avevi da fare una telefonata alla tua ragazza, tenevi il telefono in mano e pensavi: Cosa le dico, adesso?...
se passavi davanti al banchetto dove stava Antonio Melis, potevi pizzicare tra quei rotolini, magari dare un'offerta, e poi andare...
magari andava a finire che tiravi su il rotolino con su scritto: I fiori stanno perdendo il loro colore e stanno morendo... non era cosa, ecco
be', quella frase dovevi metterla via per altre occasioni della vita... ma, ma potevi tornare da Antonio e pizzicare di nuovo...
tiravi su un altro rotolino e magari stavolta era quello buono... usciva la frase da dire: Sei il mio fiore che non muore mai... per dire...
ma potevi anche avere da dire qualcosa in un messaggio, a un amico a un padre, a una madre: Antonio aveva la cassettina aperta...
bastava andare nelle callette e arrivare a campo Santa Margherita: lui stava là, cassettina e tutto: frasi di poesia e il resto...
in una città dove per prenderti un caffè seduto devi accendere un mutuo, uno come Antonio, un poeta dei nostri tempi, non ci stava bene...
così, visto che tanto lì, a Venezia, di macchine in divieto di sosta non c'hanno un cazzo, i vigili sono andati a trovare Antonio...
nemmeno l'hanno trovato, stava a prendersi un panino... sono arrivati e, invece di pizzicare un fogliettino, hanno preso tutta la cassetta...
qualcuno potrebbe pensare che quella vigilessa avesse tante cose da dire al suo amato e non volesse lasciar lì qualche spicciolo,
che magari volesse scegliere con calma e tranquillità la frase adatta al suo scopo... e dopo riportare la cassetta ad Antonio, il poeta...
no, gliel'ha sequestrata, come si dovrebbe fare con la droga, le armi e tutti i soldi che i politici ci rubano ogni santo giorno...
invece di andare a sequestrare i soldi dei politici ladri e delinquenti, hanno sequestrato le poesie di Antonio, roba da matti...
sì, perché per far dono di una poesia, ci vuole una licenza: un permesso per regalare sogni... per regalare frasi di poesia...
questo mondo è fottuto, si sa, ma c'è pure chi fa di tutto per fotterlo ancora meglio... i politici ladri vanno in tv, Antonio a puttane...
Antonio è un poeta, scrive cose d'amore, d'amicizia, sui piccioni e sulle palme... lo fa in uno sputo di una piazza, un niente...
ma a Venezia, si sa, si paga anche l'aria... e paghi un bicchiere d'acqua minerale come fosse benedetta da Cristo in persona...
tanta gente lo ha incontrato per le strade d'Italia... a Venezia, Antonio, ha incontrato la burocrazia: la vera piaga di questo paese...
non sto parlando di violare le Leggi, sto parlando di saperle applicare, di metterci il cuore, e poi di guardare la gente, negli occhi...
dice Antonio: Li perdono perché io voglio bene a tutti... Però è un fatto che solo a Venezia mi è capitata una cosa simile... Punto.


il mio amico fragile

il mio amico fragile







qualche volta, mi sono azzardato a parlare dei nostri primi amori, e dei nostri primi fottuti rapporti con una donna...
quelli di un tempo, lontani, venuti su così... dove "l'amore non era adulto, e ti lasciava graffi sui seni..."... cose così...
un nostro vecchio amico, un pomeriggio di ottobre di qualche annetto fa, lo trascorse in una camera d'albergo...
di quelle camere che si tiene chiuse le tende per tutto il tempo, che ci sia il sole oppure che piova che dio la manda...
in quella camera l'aspettava una ragazza... lui, per non andare a mani vuote si portò una bottiglia di whisky...
una bottiglia di whisky e due pacchetti di sigarette Stop... parlarono per un'ora, poi fecero l'amore, poi ripresero a parlare...
quel nostro amico, quel giorno, alla ragazza diceva cose tipo: Stiamo vivendo un momento di perdita dei valori...
e dopo una sorsata di whisky: Non è che i giovani di oggi non abbiano valori, è che noi dobbiamo ancora capirli...
si accese una sigaretta Stop e poi le disse: Il problema è che noi, siamo ancora troppo affezionati ai nostri, di valori...
dopo aver fatto l'amore, riprese il discorso: Nel '68 stavo a stretto contatto con gruppi estremisti, ma io sono un solitario...
bevve un'altra sorsata: Io non sono fatto per il gruppo, sono un coniglio individualista, e non avrei fatto lotta armata...
lei lo baciò sulle labbra, e lui: Condividevo la rivolta, contro un tipo di società falsa: potere e politica, sempre e comunque...
accese un'altra sigaretta Stop: Il '68 è stato una rivolta spontanea, non finita bene, e forse la sua forza sta proprio tutta qui...
lei si alzò, si mise le mutandine, e lui: il problema di ogni rivoluzione è che, una volta preso il potere, diventi come loro...
alle sette lui le disse che doveva scappare, lo aspettava una festa in una villa in mezzo a un parco residenziale...
il nostro amico, a quella festa c'andò con sua moglie: varcarono il cancello imponente e arrivarono al portone massello...
ad aspettarli c'era un sacco di gente: tutti dotti, medici e sapienti... gente di cultura e gente dalle tasche gonfie...
c'erano donne, anche: donne di cultura, donne portate lì per essere delle belle gnocche, e donne con le palle piene...
entrati, sulla destra, in un angolo, accanto al caminetto che doveva aver riscaldato anche Cavour, c'era un'orchestrina...
al loro ingresso suonava Verde luna, per poi passare a musiche tradizionali e anche qualcosa di Modugno...
sulla sinistra, con i camerieri in uniforme, un tavolo lungo in legno degno di un re, c'era un buffet enorme...
allestito con cura dalla padrona di casa, il gourmet spaziava dal mare alle montagne innevate: dovevi restarne soddisfatto...
il nostro amico avrebbe addentato volentieri un bel panino al prosciutto, ma di quello non c'era traccia, niente...
il prosciutto per essere c'era, ma era stato affogato in un lago di salse piccanti o dolciastre: roba per palati fini...
assieme agli invitati misti, sfilarono settecentomila antipasti e fiumi di champagne Dom Perignon Jeroboam...
il nostro amico aveva accettato, bevuto un sacco e mangiato appena... la gente rideva in dentiere da 244 denti...
si era nel periodo che il papa aveva accennato, nemmeno tanto velatamente, alla faccenda legata degli esorcismi...
aveva parlato del fumo di Satana che stava già oltre il Portone di bronzo, quello del Vaticano, tanto per intenderci...
il nostro amico, che sapeva suonare la chitarra e sapeva anche cantare, e cantare bene, voleva parlare di quelle cose...
lì, c'era dotti, medici e sapienti... avvocati, gente di un certo livello culturale, insomma... quegli gli anni erano difficili...
era il 1972, in giro stava succedendo di tutto: gente che perdeva lavoro, gente disperata, gente armata fino ai denti...
c'erano morti sulle strade, morti davanti alle scuole... bande organizzate a far piazza pulita di una certa società...
insomma, c'era di che parlare, quella sera, mentre sfilavano portate a bizzeffe, sopra quel tavolo in noce massello...
questa gente, invece, non ne volevano sapere di parlare di certe stronzate... Fai una cosa, dissero, vai su là, e canta...
lo dissero a bocca piena, con il sugo che colava lungo le gote gonfie di merda... lo dissero mille volte ogni minuto...
lui, beve un paio di bicchieri di vino, s'avvicinò alla moglie e disse: Questi mi hanno scassato i coglioni... io vado via...
quando lo videro alzarsi, cercarono di fermarlo, aizzarono i cani e i domestici... delusi, dentro i loro occhi rossi...
il nostro amico si volta, li osserva un attimo, poi li manda tutti a fare in culo... esce dal portone e poi dal cancello...








casa sua non è lontana, va a piedi... quando c'arriva, prende due bottiglie di whisky, e poi scende in garage...
lì sotto, tiene una vecchia chitarra... l'accorda, prova a suonarci su qualcosa: va bene ancora, sa suonare ancora...
in un cassetto, tra qualche cacciavite e un martello, trova un foglio con il conto dell'idraulico di qualche tempo prima...
si siede per terra, ingolla una bella sorsata di whisky, e comincia a suonare e a canticchiare qualcosa, incazzato marcio...
dopo mezz'ora la prima bottiglia di whisky è scolata... lui intanto scrive parole, parole come cazzotti sul mondo...
ci mette tutto il disprezzo per una società oramai andata a puttane, e il suo amore per chi è rimasto fuori dai giochi...
alle quattro del mattino anche la seconda bottiglia di whisky è scolata... il nostro amico è sconciamente ubriaco...
verga le ultime parole su quel foglio, parole un po' di sbieco, con la mente oramai appannata: più ubriaco di voi...
alle otto, al rientro, lo ritroverà sua moglie... addormentato per terra, sul manico della chitarra, il foglio lì vicino...
parole scritte con mano svelta, parole incrociate, complicate... e  lì, accanto, due bottiglie di whisky: vuote...
su quel foglio c'erano parole e accordi, tanto per non dimenticarsene... la moglie legge, lo guarda, sospira forte...
quella notte, in quel garage, in quella fottuta sbronza, Faber aveva scritto la musica e le parole di Amico Fragile...
c'è tutta la sua rabbia per un mondo falso, inutile e troppo corrotto, come oggi... non vi resta che ascoltarla, amici miei...


le vie di Bologna

 le vie di Bologna





di questo passo, quassù in collina, tra poco si dovrà andare in barca... un caffè e torno...
stamattina, alle sei, davanti casa a fumarmi una sigaretta,  ho sentito i passeri sul tiglio svegliarsi: Prima io, ho detto...
stasera, mi dicevo, parlo di un album, ho deciso: metto su musica... avevo già deciso, quando...
alle sette, ora monastero, mi chiama Julia... me ne dice duemilasettecentoventidue,
poi mi dice di Saturno...
io, vi dico la verità, a oroscopi e cose così non è che creda poi tanto... c'è già la vita ad aprirti bene gli occhi...
di là, Vecchioni canta Tommy... e io sto lì come un coglione a pensare a Saturno... roba da non crederci...
ne ho passate tante, lo aspetterò con il camino acceso, se deve essere... ho occhi per poterlo guardare... 'sto Saturno...
stamattina volevo mettere luce in una stanza... e mi ero preparato come se dovessi andare sulla luna...
con 'sta cosa del "buoni a nulla ma capaci di tutto" va a finire che poi ci si rovina la vita...
una cosa che tu hai sentito una volta, un sacco di anni fa, una frase di Jim Morrison, e poi non l'hai scordata...
te la sei portata dentro, dritta, come una bandiera, per tutti questi benedetti anni, e ora te la senti un po' tua, ecco...
tanti della mia generazione ci credono, perché, una volta, ci hanno indicati come quelli che non sanno fare un cazzo...






c'è niente da fare, in ogni tempo, i giovani vengono sempre trattati come una manica di coglioni...
come solo chi ha più anni sapesse davvero vivere, che ci sia bisogno della gotta per saper vivere 'sta vita...
l'esperienza, se la riconosci è un vantaggio... la gioventù, però, di vantaggi ne ha a milioni, e meno male...
uno su tutti: il futuro... di poter sognare un futuro, ecco... a una certa età, si comincia a criticare i giovani, poi...
ma non lo fanno apposta, guardate... no, è solo per via di quella maledetta virgola di invidia, una porca nostalgia, ecco...
è che gli girano i coglioni di non potersi più permettere certe cazzate... per tanti, le cazzate le possono fare solo i giovani...
ho visto gente con la barba bianca mettersi a fare certe puttanate che nemmeno ti viene di pensarci, da ragazzo...
tutto questo, gira che ti rigira, era per arrivare a dirvi qualcosa su di me, anche stasera... su amici miei...
immaginate di non tornare in un posto da quasi trent'anni... e non sto parlando della Luna o dell'Australia...
sto parlando di Bologna, che se allungo una mano, le sfioro il campanile della sua bella torre, per dire...
un anno fa, per motivi miei, ci sono tornato, a Bologna... stavolta in macchina, poi ma alla stazione ci sono andato lo stesso...
non torno volentieri nei posti dove sono stato felice, almeno per un minuto... ho sempre il timore di sciupare tutto...
a Bologna non tornavo dal 1985... ero un ragazzo, allora, e avevo mille sogni e una chitarra, come amica del cuore...
1985: e nel mezzo, tra tutto questo tempo, una vita che s'è messa a correre in fretta e furia, scordandosi di me...
allora mi chiedevo che cosa avrei fatto nei prossimi vent'anni... ora lo so, ma allora ne sarei rimasto deluso davvero...
ora programmi lunghi vent'anni non ne faccio più... vivo giorno per giorno, un po' di traverso, un po' a memoria...
andai verso il centro, prima corso marconi, poi, be', poi arrivai in corso san felice... lì, c'erano i miei vent'anni ad aspettarmi...
stavano tutti là, pronti a farmi sorridere e a cercare d'ingoiare quel dannato groppo alla gola che mi era venuto d'improvviso...
sotto quegli archi c'era Ignazio e la sua 4 cavalli, Tommy con i suoi riccioli, Paolo con i suoi panini al salame...
appoggiato a una colonna ci stava Scipio, nel suo cappotto bianco, come un ispettore di polizia giudiziaria...
davanti all'osteria di Massimo ci stavano Rossano e quella ragazza della vecchia jugoslavia di cui non ricordo il nome...
seduto per terra c'era Massimo e i ragazzi dei CCCP con le loro teste rasate e codino come un mandarino...
a sinistra, con le persiane socchiuse, c'era la pensione di Rosy: coi fiori freschi sui balconcini di altri tempi...
tornano tutti gli amici miei... come se non ci fossimo lasciati mai un attimo, mai... giovani come allora...
come se tutto il tempo passato fosse solo servito ad avere più voglia di ritrovarli, lì, nei loro vent'anni da fare rabbia al mondo...







mi sono appoggiato al muro dell'angolo... ho acceso una sigaretta... non vedevo altri che loro... ho sorriso, così, così...
eccoli, penso... e poi, vedo Silvia, e lì cuore mi scoppia... e vorrei riavere quegli anni, anche solo per cinque minuti...
erano tutti lì, erano tornati tutti, o forse non ce ne eravamo mai andati per davvero... siamo rimasti là, per tutto questo tempo...
e abbiamo visto Bologna farsi diversa... perdere il sapore delle cose, lasciarsi alle spalle partite a carte e vino in bicchieri vecchi...
abbiamo visto la pensione di Rosy che veniva smantellata... i fiori freschi gettati via, e le ragazze scendere le scale...
a una a una... come una processione triste... per andare altrove, verso una vita diversa, nuova e meno familiare...
entro nell'osteria di Massimo come qualcuno entra in una chiesa... be', anche lì ci deve essere passato qualche santo...
le cose di una volta erano sparite... le vecchie foto alle pareti sostituite con la pubblicità a specchio di bibite e whisky...
altra cosa, altri tempi... intorno non c'è nessuno... i ragazzi sono andati a vivere la loro vita, come ho fatto anch'io...
chissà che vita avrà poi vissuto Silvia, con gli occhi grandi come un oceano e dolci come il profumo dei fiori di tiglio...
Silvia veniva da Venezia... scappava da casa... la prima volta che la vidi all'osteria mi sorrise come una ragazzina...
mi salutò presentandomi i palmi delle sue belle mani... come per farmi vedere la sua linea della vita...
ci si annusò come fanno i cani... ci trovammo simili, della stessa razza... passammo insieme dei giorni bellissimi...
solo per avere avuto un figlio, nato in una notte d'estate, dopo chitarre e risate sulla spiaggia di Rimini...
notti fatte apposta per chi sogna... notti che ci può nascere un amore, e poi, cosa normale, anche un figlio...
solo che un figlio nato così, per certa la gente, sembra che sia venuto più da Marte che da una bella notte d'estate...
te lo indicano ogni volta, come fosse l'unico ad avere due orecchie e un naso e una bocca per sorridere...
come fosse l'unico ad avere due piedi svelti per correre dietro a un pallone, e tirare sul filo del palo per fare gol...
un figlio senza una famiglia te lo indicano come uno che non può vivere una vita normale, come tutti gli altri...
la gente della TEORIA, che sa tutto dell'amore, che lo conosce a memoria e tutto, ci fa caso a quel ragazzetto...
Puttana una volta puttana sempre, ecco... e per una donna la vita mica era poi tanto semplice...
è che mi ritornano alla mente cose dette qualche giorno fa su certe canzoni, tra tutti quelle di De André...
è facile pensarla male, e comoda... come sentire certe puttanate intorno all'amore, da parti di esperti del genere...
Amore e Libertà... su queste due cose ne senti dire mille: politici, grandi studiosi, esperti, preti e suore...
alla fine, scopri che non ne sanno un cazzo... che sanno tutto IN TEORIA, ma con la teoria ci fai niente, nella vita...
io, ho sempre avuto difficoltà a rispondere a certe domande, tipo: Cos'è per te l'amore?... parlame un po'...
così, te lo chiedono con la semplicità di una domanda di un gioco a quiz: Dimmi, cos'è per te l'amore?...
io non so rispondere... di botto, così, mi viene da incazzarmi... certe domande non esistono, semmai ci sono risposte...
e le trovi nei gesti, in uno sguardo, nell'entusiasmo e nelle mani... lo trovi nella tua testa e nel tuo stomaco...
l'amore te lo senti addosso, come un mantello o come un macigno... lo devi capire e poi gestire, perché non è facile...
ti agita le mani, le idee... ti spettina come vento del nord.... ti sveglia a metà notte, e ti fa fumare e occhi matti come cavalli...
l'amore e la vita, resto dell'idea che non si spiegano, e soprattuto: non si insegnano... semmai si imparano...
e chi ha la presunzioni di volerti insegnare l'amore e la vita, quello ne ha capito meno di te...
c'è chi ti spiega la vita e l'amore con frasi tanto banali da far schifo... sta lì a parlare, con frasi imparate a memoria...
frasi imparate a memoria, come preghiere, che non ci fai più a caso a quello che dici... non le senti nemmeno più...
la vita e l'amore a memoria, come cose tanto scontate e assurde... troppa gente vive solo di TEORIA...
non ha mai provato a salire su un albero, da dove il cielo ti sembra più vicino, per provare a prendere il volo...
magari la cosa non riesce nemmeno se ci provi, ma al pensiero che troppi nemmeno ci provano, a me sembra orribile...
ci sono cose in giro tipo: Come raggiungere l'orgasmo... altri profeti di questa vita piena di santi in terra...
ma, mi chiedo: come cazzo si può insegnare una cosa che viaggia solo nella tua mente, nel tuo corpo, nell'istinto...
sarebbe un po' come dire: Come si diventa Van Gogh... sputato, ma impossibile... tu ce la puoi mettere tutta...
ti compri bei pennelli e bei colori, puoi chiamare tuo fratello Theo, se non s'incazza, ma Van Gogh non ci deventi per questo...
viviamo in un mondo di maestri di vita... e noi, come coglioni, ci stiamo a bere di tutto...





l'ultima volta che vidi Silvia, era nel mese di gennaio, nevicava, quel giorno... Bologna sembrava un presepe appena fatto...
mi disse: Gabriele, cerca di diventare più famoso possibile... parlava della musica, al di là degli anni bui che sarebbero venuti...
Tu guarda di non farti cambiare, dissi io, nel mio giubbotto, guarda di provare a non farti cambiare...
ci sono storie che nascono e muoiono in poco tempo... non è che siano meno importanti, né grandi...
è solo che sono nate per essere più brevi, raccolte in un piccolo riccio... ma non te le scordi lo stesso...
hanno avuto il tempo di una farfalla, fare un volo intorno alla luna, e poi scivolare dritti dritti nel tuo cuore... per sempre...